LUIGI DE SANTIS Gestore del Casinò di Sanremo

Il signor Gino. Tratto dal libro  Riviera, amor mio di Angelo Nizza.

L’unico gestore del Casino di Sanremo del quale rimanga sal­da memoria é Luigi De Santis. Che egli fosse un uomo fuor del comune non v’é dubbio. Resse la casa da gioco dal 1927 al ’34, e cioè fino alla sua morte. In otto anni dimostrò di possedere le doti del grande biscazziere.  Lo incontrai più di una volta e lo ricordo perfettamente poiché la sua figura, il suo modo di fare e soprattutto la sua mentalità,  nient’ affatto comune specie in Italia, lasciavano una traccia in chi lo avvicinava. Era un uomo di media statura, magro, minuto di ossa, composto nei gesti, estremamente riservato e un po’ schivo, forse più chiuso che veramente umile. Minuziosamente curato nella per­sona (rasoio a perfezione, con manicure, i brizzolati capelli rav­viatissimi, fiore all’occhiello, certi colletti un po’ troppo alti, certe giacchette bordate da deputato meridionale, certi panta­loni a righe tagliati da un sarto di gran nome) aveva un modo di fare affabile e distante ad un tempo.  Da buon napoletano, aveva capito che la confidenza annulla le distante, la familiarità e inutile a chi gode già il prestigio del facile denaro. Sapeva, come molti grandi maneggiatori di affari, che i quattrini com­prano tutto: aprono le porte, spianano il cammino, annullano le anticamere, aboliscono le differenze sociali. Non cercava alcuno; al caso, lo faceva reperire dai suoi giannizzeri. Si faceva cercare, invece. E spesso, con una tattica abilissima, sapeva non farsi trovare. Non già che da lui si facessero lunghe anticamere, per carità, era l’uomo più accessibile e più gentile del mondo. Lo si sentiva, però, chiuso entro una specie di torre d’avorio, più in allo degli altri e su un piano diverso. Tutto questo era il prodotto di uno studio attento, dell’abilità dei suoi collaboratori e, quel che più conta, di una astuzia personale non comune. Unite a tutto ciò il tatto più vellutalo, un savoir-faire azzeccatissimo, con leggere, superiori venature di umorismo e avrete la figura com­pleta di De Santis, l’ometto discreto che, quando entrava in sala da gioco, faceva tremare dal direttore all’ultimo bout-de-table, dal controllo segreto all’ultimo commis del bar.   Aveva munito la casa da gioco di tutta una rete di informa­zioni a gran concerto; chi gli denunciava all’orecchio la piccola fuga di gas ad un tavolo di chemin-de-fer; chi gli mormorava dell’uscita clandestina di certe bottiglie di champagne dalle can­tine del ristorante. Il tal cliente al quale era stata negata la tes­sera era entralo lo stesso mediante una mancia al portiere. La tal telefonata intercomunale del tal capufficio, che doveva esser­gli addebitata personalmente, era passata invece alla casa. Quel signore laggiù, nell’angolo, avanzava prestini su pegni in gioielli, non avrebbe dovuto entrare, ma c’era. De Santis sapeva tutto, si informava di tutto, ascoltava il pettegolezzo e la delazione, leg­geva le lettere anonime, le strappava e le ricordava. Fingeva di fidarsi di ognuno e in realtà non credeva che a se stesso. Aveva il peggior concerto di tutti gli uomini, dal prefetto e dal sindaco all’ultimo piccolo baro passalo di straforo attraverso le maglie della frontiera e giunto qui per “fregare”  la sua casa da gioco. Tutti gli uomini si equivalevano per lui, erano ombre transeunti, clienti passati, presenti o futuri. Il prefetto un cliente? Sicuro, quando sarà giubilato. A che servono le buste? A metterci dentro dei quattrinucci piegati in due o in quattro e a farle scivolare quasi inosservate nelle tasche di un funzionario, anche alto, anche altissimo. La “saponetta“, la fiche da diecimila (una cifra, a quel tempo) era la sua moneta spicciola quando si trattava di “comprare” una comparsa, un giornalistuccio, l’uomo d’affari di un grosso cliente. Egli ne faceva distribuzione senza darvi peso, come per dire: «Vada, giochi anche lei, tenti la sua fortuna. Vincerà ? Tanto meglio! Perderà ? Mi dispiace !».  Incoraggiava anche la signora rimasta al secco, avvicinandosi al capotavola di una roulette e ordinandogli: a Pour madame, 200 sur le sortant ». II pieno veniva regolarmente pagato e l’obolo era perfettamente accettabile come una. vincila qualsiasi. Il bi­scazziere dava anche brevi manu una placca ad un giocatore sfortunato raccomandandogli: «Però, la prego, non giochi contro di me! ». Voleva dire: non punti alla roulette, si sieda ad un tavolo di chemin. Era un modo discrete di incoraggiare un gioco al quale gli italiani si stavano allora appena abituando.     Nella foto sottostante Luigi DeSantis con Roberto Papini e Francesco Pastonchi.

Donna Maria.   In sala da gioco lo si vedeva di rado. C’era la moglie che reggeva la sua parte. Donna Maria ( la chiamavano cosi perché al casinò, al tempo di De Santis, le cose assumevano un formato leggermente superiore al normale) sedeva al tavolo di chemin­ de-fèr  che animava la partila quando il gioco era fiacco. V’erano anche speciali incaricati dal tono signorile che servivano a questo scopo; ricevevano un tanto a sera, battevano qualche banco or qua or la, sostenendo il ritmo delle partile. Al gioco l’esempio fa presa e se c’è animazione il cliente si anima. Ma De Santis compariva di rado fra i tappeti verdi. Quando ci andava era per uno scope ben definito, per un disegno da perfezionare, un tasto da toccare, una paroletta da dire. Si son visti di poi, fra i concessionari apparsi specie net do­poguerra, lotte intestine per avere il più bel tavolo al Giardino d’inverno, il più bel palco all’opera net teatro del casinò. Era come una gara per possedere quel posto e affermare una specie di supremazia sugli altri. De Santis sedeva invece all’ultimo ta­volo dell’ultima fila. Si mimetizzava, si nascondeva. Sapeva be­nissimo che, alla fine, lo avrebbero cercalo per questo o per quel­lo (un anticipo sul forfait alla compagnia perché c’era la cin­quina da pagare; un fido a un cliente; l’avviso che un tavolo di roulette perdeva troppo e aveva già chiesto due iniezioni alla cassa principale). Lo cercavano infatti e lo trovavano immanca­bilmente laggiù net sue angoletto, oppure solo, quasi sempre solo, seduto al sue tavolo net salone della presidenza, il volto sotto la luce di un paralume, accanto allo sfavillio di on gran mazzo di rose che ogni giorno il fornitore dei fiori aveva incarico di rinnovargli. Nella foto sotto, De Santis ed il Re Alfonso di Spagna entrano nella Sala da gioco

Il  mito  De Santis.      

Il pittore Buzzi ritrae De Santis nel 1934

Il  mito De Santis si creo cosi: se un impiegato veniva sorpreso a commettere qualche irregolarità la direzione procedeva contro di lui. Era licenzialo, messo sulla strada. Ma se si trattava di adottare un provvedimento di clemenza, di riprendere l’in­fedele, non era già la macchina burocratica interna ad agire, era Desantis personalmente che (illuminalo cinque minuti prima sul passalo del dipendente e sull’avvenimento spiacevole in que­stione) narrava all’interessalo la sua biografia elencando i suoi me­riti e demeriti e concedendo l’assoluzione. Il « signor Gino n aveva 1’abilila di ricordare le inezie. C’era un cliente, magari non grosso, non importante, che aveva visto distribuire, una certa sera, ad un certo a gala n come cotillons, degli accendisigari e ne era rimasto senza. Bisogna, a questo punto, rendersi conto della particolare mentalità dei frequentatori di ca­sino. Ognuno si crede il cliente di maggior riguardo. « Capirà, io qui ci ho lascialo dei milioni ». Dice cosi anche chi ha lascialo solo poche migliaia di lire.  Con questa asserzione, pretendono le porte aperte, l’ingresso a teatro, il posto « libero subito » al tavolo da gioco, perfino il fido su cifre ragguardevoli. E’ come se la casa da gioco fosse un po’ loro: quel muro, quella colonna, quella sedia, quell’angolo del caminetto del prive sono loro che l’hanno pagato con le perdile. De Santis prendeva nota di quella specie di rancore del cliente insoddisfatto per il mancato accen­disigari. Ed ecco che una certa sera apriva un certo armadio nella sala della presidenza, ne traeva un briquet, se lo poneva in ta­sca e girava per il casinò. Se incocciava il cliente, discretamente, senza darvi peso, si avvicinava al tavolo da gioco e gli deponeva accanto l’accendisigari tanto desideralo. Poi, senza aspettare il ringraziamento, scontando già l’effetto di quel regalo, volgeva le spalle e se ne andava. Il gesto « portava » sempre. Il « signor Gino era un uomo abituato a far centro sparando alla cieca. Dopo di lui ne sono passati parecchi, di gestori, e fra i molti ce n’e stato qualcuno che ha avuto la mania di radunare il per­sonale (oggi i dipendenti del casino sono oltre 500 fra impiegati di gioco, d’amministrazione e ausiliari addetti alla manutenzione), di mettersi in vetrina, di fare discorsi e paternali. Ora, sia detto con buona pace di tutti, gli impiegati di gioco sono una cate­goria un po’ speciale. Che volete? E gente che ha un certo sti­pendio, tanto alto quanto insicuro (le vicissitudini delle case da gioco, specialmente in Italia, ove non esiste una legge che dia loro basi eterne, sono, purtroppo, incerte). E’ gente che vede ogni sera 

passare davanti a se milioni, che riceve in verità delle mance sproporzionate alla fatica, che assiste a gesti sconsiderati di ma­niaci, a follie di sistemisti e, in genere, allo sperpero di denaro che, sotto forma di gettoni, ha solo più un valore simbolico e convenzionale. Quale stima volete che un croupier possa avere per il suo stesso padrone, per il cliente e per i quattrini? Una fragile stima. Per lui l’umanità e composta di quell’accolta di gente che gli passa innanzi ogni giorno, ogni sera, ogni notte. L’abile, svelto, intelligente croupier di chemin de fèr (capace di esaurire un sabot in mezzora) allorché esce alle dieci del mat­tino, con sole ben alto nel cielo e ha passalo 1’intera notte nella sala con riposi di venti minuti ogni tre ore di lavoro, che può pensare dell’umanità? Ha visto fino a quel momento uomini e donne, vecchi e giovani, belli e brutti, la società insomma, presa nelle tenaglie del gioco. Chi ieri sera alle 11 aveva davanti a se placche per diversi milioni, alle 10 di stamane non ha più un soldo. Ve n’e uno che si e seduto al tavolo alle 2 con una plac­chetta da 5 mila ed e uscito alle 7 con due milioni. V’é chi ha in­seguilo la Fortuna di un avversario per diversi colpi (banco su banco, suivì su suivì) e ci ha lascialo un capitale: il frutto del lavoro mensile di un onesto impiegalo; il guadagno trimestrale di un buon rappresentante; il valore di un fabbricalo, di una tenuta, di un’azienda. La visione quotidiana, continua di questi spettacoli non e fatta per render t’uomo migliore. Spesso mi meraviglio che il croupier – figura tanto discussa nel mondo mo­derno – sia come é….. e non peggiore, molto peggiore.

L’ermellino di Cervantes.  De Santis, (che nella foto sopra è stato ripreso a Villa D’Este da Gianni Moreschi nel cantiere di ristrutturazione della sua seconda Casa da Gioco) .conosceva la mentalità dell’impiegalo di gioco. Egli veniva dalla gavetta (si parlava, allorché apparve a Sanremo, Bel­le sue non sempre piacevoli avventure a Costantinopoli, a Prin­kipos e, prima ancora, a Smirne e in Egitto). Raduno di rado gli impiegati. Rimase celebre una parabola che racconti ai crou­piers riuniti al completo. Propose loro come esempio di onestà il candido ermellino.  E’ un animale – disse a un dipresso – assai geloso della propria bianchezza. I cacciatori usano fargli questo scherzo.  Fanno in terra un cerchio con dello sterco di cavallo e ve lo pongono in mezzo, come si fa con lo scorpione e il circolo di brace. L’ermellino, piuttosto che sporcarsi la pel­liccia, si lascia morire. Questa parabola é presa di sana pianta dal Don Chisciotte di Cervantes. Ma i vecchi impiegati di gioco di Sanremo lo ignorano e l’attribuiscono al geniale biscazziere. La favoletta ha fatto presa, ha « portato » come tutte le cose del « signor Gino ». Queste sono le basi del a mito De Santis. Ma per andare alle radici di esso e studiarne le cause profonde, sarà bene trarre il bilancio della sua gestione, poiché di lui ancora si parla, non soltanto a Sanremo, ma ovunque funziona una casa da gioco. François Andre, il più grande biscazziere vivente, mi parlava recentemente di lui con voce commossa e ammirate frasi elogiative.  Quale fu l’abilità di quest’uomo? Perché tutti si ricordano di lui e non di Augusto Lurati, una delle figure più spiccate fra i gestori di casino?  E’ ancor vivo il sor “Augusto”, colui che per primo capì veramente ciò che una bisca dovesse essere. Venne a Sanremo con un capitale discreto e delle idee eccellenti. Ebbe nel 1909 la concessione per venticinque anni. Succedeva alla tempestosa ge­stione Ferret e non trovava certo le acque calme. A Roma si espri­mevano sul gioco in tono ben più severo che non oggi. Erano all’ordine del giorno i giudizi moralistici negativi e ostili. Luigi De Santis, sulla porta Teatro del Casinò sembra parlarne alla moglie dell’ Ambasciatore Americano pro tempore in Italia.

 

 

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